Esistono diverse tipologie di videogiochi, ma solo pochi riescono a intaccare nel profondo, e lasciare quella traccia che anche a distanza di anni riesce a suscitare delle emozioni represse nell’animo umano. Quello che oggi voglio raccontarvi è la mia esperienza con due opere che mi hanno fatto perdere ai tempi all’interno del loro mondo particolare, nel quale non c’erano domande da porsi lungo il suo tragitto, ma solo la “voglia” di fare e andare avanti. Mi riferisco a quelle che tutt’oggi sono due pietre miliari, e difficilmente ci sono produzioni che possano eguagliare tale splendore, parlo di Ico e Shadow of the Colossus, le due produzioni del caro Fumito Ueda, che prossimamente rilascerà l’ultima sua creatura The Last Guardian, che come potete immaginare attendo tantissimo – e da tantissimo -. Vi auguro una buona lettura in questo particolare viaggio letterario nel quale ho infuso parte della mia esperienza videoludica.

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Un struttura imponente

Principalmente, la cosa che mi ha da sempre colpito di Ico, sono quelle strutture enormi e particolari, quel castello di una località ignota accerchiato da delle ombre malvagie e senza scrupoli. Il gioco si fa carico anche di un linguaggio tutto suo, infatti i due quando interagiranno parleranno una lingua “arcaica”, ma che donava ai tempi quell’aspetta intrigante e particolare, visto che alla prima giocata era impossibile capire ciò che dicevano, solo alla seconda run era possibile vedere la traduzione di quei dialoghi, ma nonostante ciò, la cosa non dava fastidio. Il design dei personaggi non è di certo da meno, basti vedere Ico, un ragazzino nato con delle corna e per questo discriminato e Yorda, una ragazza che non può vivere al di fuori del castello, con un aspetto molto palliduccio.

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La storia che girava attorno a sta vicenda era molto velata, ma il bello era proprio che si trattava di uno stile tutto nuovo, qualcosa a cui non eravamo mai stati abituati. Purtroppo, con l’avanzare della storia e al compimento di quest’ultima, scoprì a malincuore che nella versione Europea non vi era traduzione di quei dialoghi, ma nonostante ciò, quell’esperienza la porto ancor tutt’oggi all’interno del cuore, colmata in seguito da alcune traduzione sparse per il mondo online. A condire quel dolce ricordo c’è una componente audio di eccellenza, che accompagnava le vicende di quei giovani avventurieri dentro il castello.

L’esplorazione immensa di un mondo devastato

Probabilmente il ricordo di Shadow of the Colossus è ancora più indelebile di quello di Ico, visto che mi perdevo spesso all’interno di questo mondo, anche senza dover picchiare qualche gigante di turno, mi bastava il mio caro Argo per avventurarmi in quel vastissimo mondo sconosciuto. Ricordo in maniera piacevole, che non appena vidi Shadow of the Colossus pensai che si trattasse di una sorta di sequel di quel che era Ico, visto la somiglianza di Wander con Ico e di Mono con Yorda. Oltre all’estrema somiglianza poc’anzi citata, anche Fumito Ueda confermò che i due capitoli sono spiritualmente collegati, e a dimostrarlo vi è anche il finale di quest’ultimo che dà inizio alla discendenza dei bambini con le corna proprio come Ico.

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Il mondo di Shadow of the Colossus era quasi completamente deserto, contornato da una leggerissima fauna, e da alcuni alberi contenente dei frutti, ma allora la domanda è una, come facevo a perdermi? Il motivo per cui mi perdevo è perché la mappa era immensa, e mi piaceva tra un titano e l’altro dedicarmi un po’ all’esplorazione degli scenari di gioco. Con tanta nostalgia ricordo quella volta in cui in groppa ad Agro finì in un bosco dove non ero mai stato, addirittura inciampai in un precipizio fino a raggiungere una sorta di tempio, e ricordo come se fosse oggi, che rimasi veramente affascinato da quella struttura, che tra l’altro era uno dei tempi dove era possibile salvare, ed era ornata da alcune lucertoline che era possibile uccidere a colpi di freccia. L’esplorazione mi aveva portato alla visione di questa bellissima scena: un tempio in rovina con questa tavolozza per salvare ornata da delle lucertole, in un contesto al di fuori del normale, visto che si trattava di un bosco che si discostava dalle enormi terre prive di natura che solitamente vedevo.

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Come ben vedete, l’arte o l’emozioni forti non sono dettate da nessuno all’interno di un videogioco, non c’è bisogno di una narrazione potente, alle volte bastano semplici elementi per poter catturare una persona, e rendergli quel momento indimenticabile per diverso tempo. Credo che la mia esperienza con Shadow of the Colossus sia una di quelle più belle e intense, una di quelle esperienze classificate come “visive”, anche se qui è presente rispetto a quel genere una componente tecnica. Come su Ico, anche il comparto audio qui ha messo il suo zampino, oltre all’immensa e irripetibile colonna sonora, i rumori del gioco ti immergevano in quel contesto desolato, quelle terre abbandonate da chissà quanto tempo dove gli unici rumori provengono da quelli che siamo noi a provocare o da quella poca fauna presente.

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Guardando verso il futuro, spero che The Last Guardian riesca a farmi provare almeno una parte di queste emozioni, che con il suo stile riesca a lasciarmi il segno per poterlo ricordare come quest’oggi ho fatto con Ico e Shadow of the Colossus. Di certo la posta in gioco è alta per Fumito Ueda, e dalla mia parte sono molto fiducioso, e spero che quest’ultima non venga tradita e che sia soddisfatta a tempo debito.

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Vorrei chiudere col dire che i Videogiochi sono arte, e questa ne è la prova concreta, come ho già detto, l’arte non è dettata né dalla grafica né da una narrazione imponente, l’esperienze particolari sono ciò che possono rendere un qualunque titolo un capolavoro e un arte del suo genere.

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