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Detroit: Become Human – Recensione

Il suo nome è ormai divenuto famoso dopo quel che fu Fahrenheit. Ci riferiamo a Quantic Dreams, una software house di mano-fattura Francese che debuttò con un titolo passato leggermente in sordina chiamato: The Nomad Soul, il tutto intorno al 1999. Una dei maggiori esponenti della casa sviluppatrice è Heavy Rain, uscito in esclusiva per PlayStation 3 nel duemiladieci, ricevendo critiche per lo più positive, visto che si trattava di un Thriller interattivo che metteva l’esperienza giocatore singolo a un livello di coinvolgimento mai visto prima. A distanza di tutto questo tempo, i ragazzi di Quantic Dreams, ormai divenuti uno degli studi interni di mamma Sony, ritornano sulla piattaforma di Sony ma lo fanno su PlayStation 4 con Detroit: Become Human, che si presenta come un gioco che tocca delle tematiche molto delicate e allo stesso tempo profonde, mischiando la tecnologia all’attualità. Saranno riusciti a replicare il successo?

Una richiesta di libertà

La storia parte in maniera molto semplice, impersoneremo uno degli androidi chiamato Connor, mandato dall’azienda CyberLife, ovvero coloro che hanno dato vita a quest’ultimi producendone di continuo. Il personaggio che impersoneremo a inizio gioco non è altro che un modello speciale destinato all’indagine degli Androidi Devianti, ovvero tutti quelle macchine che sembrano presentare delle anomalie come la replica dei sentimenti umani ribellandosi ai loro padroni. L’introduzione ci mette subito nel vivo dell’azione, ci accorgeremo come ogni nostra scelta possa essere importante e come ogni dialogo si incastra perfettamente, perfino quello meno utile all’apparenza. Nel caso di questa prima missione, più informazioni raccoglieremo più avremo la possibilità di salvare l’ostaggio, il tutto mostrato da una barra di progresso. Il nostro compito sarà quello di ricostruire passo per passo gli avvenimenti e trovare una soluzione in fretta.

Detroit

Percorso infinito

La struttura della narrazione non è lineare, anche perché finito con un personaggio passeremo subito all’altro e in questo caso verremo rimbalzati da Kara, un androide che si occupa principalmente delle faccende di casa che è stata riparata da poco. Si rivelerà essere il personaggio che in parte è più sentimentale, a causa di un legame che si verrà a creare. Finito con lei, passeremo a Marcus, che serve un anziano signore che si occupa di pittura, qui impareremo a utilizzare un altra tipologia di comandi. La storia ruota tutto attorno a loro tre, permettendoci di impersonare a turno ognuno di loro e vivere le loro storie attraverso le nostre scelte. A fine di ogni capitolo avremo a disposizione un diagramma che ci farà vedere quale scelte abbiamo intrapreso e quali percorsi possiamo avanzare ripetendo quest’ultimo. Il tutto dona un infinità narrativa disarmante, creando situazioni molto variegate che ci permetteranno di creare la nostra storia nei minimi dettagli, guidando i tre protagonisti verso un destino che abbiamo scelto noi con le nostre decisioni. Lo scopo principale è quello di prendere la decisione più importante: gli androidi hanno il diritto di libertà?

Detroit

E se invece…

Bisogna stare attenti alle scelte, perché in base a ciò che faremo i nostri amici cambieranno i loro rapporti verso di noi, il tutto indicato da una sorta di barra d’amicizia. Rispetto ai giochi precedenti di Quantic Dreams, le azioni che avremo a disposizione sono totalmente diverse, visto che possiamo sbloccare dei nodi di dialogo in base a quello che analizzeremo nell’ambiente circostante. Uno degli aspetti più interessanti è come ogni protagonista abbia una tipologia di “gioco” unica; a esempio con Connor saremo principalmente impiegati a risolvere dei casi o a indagare su dei sospettati, mentre con Marcus saremo chiamati a esplorare e solitamente analizzare l’ambiente circostante per effettuare dei spericolati movimenti. L’unica che rientra nella “norma” è sicuramente Kara, trattandosi di un personaggio che riserva delle sorprese, ma solo dal lato emotivo e narrativo, compensando quindi quell’elemento unico che contraddistingue i due sopracitati.

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La mappatura dei comandi è molto immediata e in poco tempo riusciremo a far nostro ogni tipologia di comando. Abbiamo notato che la legnosità che affliggeva le altre produzioni di Quantic Dreams, qui è stata alleviata, anche se qualche grezza sfumatura rimane, come ad esempio la telecamera che alle volte punta dove vuole lei. Premere i tasti nel giusto tempismo è importante, ogni tasto errato può causare la morte di uno dei nostri eroi e questo vale anche nelle fasi meno concitate, i nostri protagonisti possono morire in svariati modi.

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Io sono ciò che tu vuoi

Non è facile parlarvi di Detroit: Become Human senza spoilerare, ma noi ci vogliamo comunque provare. A nostro avviso il messaggio di David Cage è molto forte, dietro a questa storia si nasconde un messaggio molto profondo che ci prospetta in un probabile futuro, ponendoci molte domande e tra le tante: con quale diritto possiamo schiavizzare degli esseri creati da noi, ma che provano delle emozioni?. Il Team di sviluppo si è spinto molto più in là rispetto a quanto fatto con Heavy Rain e Beyond: Due Anime, donandoci una storia piena d’azione, ma soprattutto che può essere facilmente considerata “nostra” grazie alle scelte intraprese, rendendoci partecipi per tutta la sua durata. Noi per portare a termine i trentadue capitoli che compongono la storia abbiamo impiegato circa una quindicina di ore, nel quale non abbiamo avvertito nessun problema di frustrazione che era facilmente riscontrabile in Beyond: Due Anime.

Detroit

A livello grafico abbiamo trovato il titolo molto competitivo con il recente God of War, poiché riesce a sfruttare perfettamente l’hardware di PlayStation 4, nel nostro caso abbiamo testato il tutto su una PS4 Pro. Le animazioni facciali riescono a marcare ancor più i sentimenti dei personaggi, rendendo il tutto più passionale. Possiamo dire lo stesso della colonna sonora, sempre toccante e che non manca mai di epicità. Pure il doppiaggio Italiano vede l’ausilio di nomi blasonati tra i doppiatori nostrani. Forse l’unica pecca risiede nei caricamenti di alcune texture nelle scene più movimentate, mostrando una leggera debolezza di Pop-In.

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Commento Finale

Abbiamo apprezzato in ogni sua sfumatura Detroit: Become Human, poiché è riuscito a incantarci con la sua narrazione e i personaggi che gli ruotano attorno. I ragazzi di Quantic Dreams sono riusciti a portare in alto il nome della loro Software House donandoci un ennesimo sfoggio d’opera d’arte. Se cercate un esperienza unica nel suo genere, non dovreste farvi scappare per nulla al mondo la nuova produzione firmata David Cage.

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Federico Molino

Amante delle opera di nicchia e delle belle OST. Appassionato instancabile di molte cose, ma tra le tante spiccano il cinema e la fotografia.

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