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Dying Light Bad Blood – Provato

Articolo a cura di Mattia Incoronato e Michele Gruosso

La vera sorpresa di questa prima giornata di Gamescom è stato sicuramente Dying Light Bad Blood, uno spin-off battle royale della saga che porta una ventata di aria fresca nel genere.

Techland si lancia nell’affollatissimo mercato dei Battle Royale con un titolo atipico nel suo genere che mischia PvP e PvE. Bad Blood ci lancia una mappa di gioco con altri 11 giocatori, ma la vera particolarità sta nel fatto che non solo dovremo sopravvivere agli infetti come nel classico Dying Light ma anche agli altri giocatori che avranno i nostri stessi obiettivi.

Dying Light Bad Blood provato gamescom agguato

Una meccanica come questa è capace di creare situazioni particolari e una varietà nel gameplay da non sottovalutare. L’idea di avere a che fare contemporaneamente contro giocatori reali e infetti crea una pressione nel giocatore non indifferente. Quest’ultimo si ritrova esposto costantemente a pericoli nell’ambiente ed è costretto a rimanere concentrato per analizzare tutto ciò che lo circonda.

Per non finire, avremo come obiettivo diverse missioni da completare in giro per la mappa (fra queste troviamo la distruzione di nidi infetti e la raccolta di campioni di sangue). Completare le missioni ci permette di guadagnare punti esperienza che servono a salire di livello. Salendo di livello i nostri danni e la nostra difesa aumenteranno, donando così un incentivo al giocatore per impegnarsi a completare gli obiettivi e per rimanere costantemente in movimento.

Qualche differenza col resto dei giochi e molto altro!

A differenza di altri titoli del genere come PUBG o Fortnite, Bad Blood quasi non permette (o punisce pesantemente) il gioco passivo, spronando in tutti i modi i giocatori verso l’esplorazione. Un’ulteriore distinzione fondamentale rispetto ai suoi concorrenti si trova nel sistema di combattimento incentrato sull’utilizzo delle armi bianche. Quest’ultimo è solo all’apparenza semplice, in realtà nasconde meccaniche di gioco complesse da perfezionare che permettono però ai giocatori migliori di prevalere sul campo di battaglia.

Fra queste troviamo ad esempio la schivata e la parata che vanno utilizzati al momento giusto e con parsimonia per una maggiore efficacia. Le armi da fuoco sono invece molto rare e difficili da ottenere, ma compensano con un’elevata quantità di danni agli avversari. Esplorando è possibile imbattersi in potenziamenti da montare sulle armi e come in ogni battle royale che si rispetti, sarà compito nostro cercare i medikit e altre risorse per curarci.

Dying Light Bad Blood provato gamescom arco

Esattamente come nel gioco originale è presente un funzionale sistema di parkour che permette l’espansione sia orizzontale che verticale delle mappe di gioco, permettendo la creazione di mappe variegate, complesse e divertenti da esplorare in lungo e in largo.

Per quanto riguarda il comparto grafico e sonoro, le differenze con il primo Dying Light sono veramente minime, le texture sono generalmente più pulite e più curate, ma il colpo d’occhio generale rimane lo stesso.

In conclusione, Dying Light Bad Blood è stata una piacevole sorpresa che si è dimostrata capace di reinventare il genere dei battle royale, portando con se una nuova formula che unisce PvP e PvE.

Il combattimento all’arma bianca si è dimostrato non solo frenetico, ma anche al cardiopalma. Siamo molto curiosi di vedere come continuerà lo sviluppo del titolo e di come il team aggiornerà il gioco post-lancio.

Sicuramente approfondiremo di più il gioco in fase di recensione. Intanto, potete consultare il sito web ufficiale e la pagina Steam!

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Mattia Incoronato

Classe '98, appassionato fin da piccolo da videogiochi e tecnologia, studente universitario presso la facoltà di informatica di Camerino. Patito della DC Comics, del cinema e del rap italiano.

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