Sword of the Necromancer – Recensione versione PlayStation 4

Sword of the Necromancer è un gioco di ruolo dungeon crawler con elementi roguelike, nel quale è possibile riportare in vita i nemici caduti per farli combattere al proprio fianco.

Sviluppato da Grimorio of Games e pubblicato da due editori: JanduSoft e Game Seer Ventures, il titolo è ufficialmente uscito il 28 Gennaio 2021 per Nintendo Switch, PlayStation 4, Xbox One, Steam, Xbox Series X/S e PlayStation 5. Ci teniamo inoltre a ringraziare JanduSoft per averci fornito un codice della versione PlayStation 4.

Se siete curiosi di sapere cosa ne pensiamo di questo nuovo roguelike, non vi resta altro che leggere la nostra recensione.

La morte è solo l’inizio

Tama è un’ex ladra incaricata di scortare la sacerdotessa Koko nel suo pellegrinaggio per il continente. Il gioco si apre proprio con la morte di quest’ultima, e con la protagonista intenta a trascinare il corpo della sacerdotessa fino alla Cripta del Negromante, dove le leggende raccontano si nasconda un potere in grado di riportare in vita i morti.

Spinta dalla disperazione, Tama scenderà nel dungeon con l’obiettivo di ottenere il potere proibito della negromanzia, ignorando i pericoli che si nascondono tra le ombre.

sword of the necromancer, recensione versione playstation 4 pro

Il gioco inizia proprio all’ingresso del dungeon, il nostro obiettivo infatti sarà quello di raggiungere le profondità di esso. Ad ogni piano superato vivremo la storia di Tama e Koko, da come si sono conosciute fino alla morte della giovane Koko in uno stile molto simile a quello delle light novel (illustrazioni con tanto testo).

La storia d’amore delle due ragazze è molto carina, costituendo una piacevole pausa dal gameplay roguelike all’interno del dungeon, il tutto accompagnato da ottime illustrazioni fatte a mano.

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Combatti, Muori, Ripeti

Andiamo ora a parlare del gameplay, il fulcro di Sword of the Necromancer, che come detto in precedenza è un roguelike con elementi da dungeon crawler con generazione procedurale dei livelli.

Questo si traduce quindi in elementi generati casualmente: questi vanno dai piani alle stanze, così come i nemici, gli oggetti, le armi e le reliquie che troviamo in esse. L’unica cosa che non cambia sono i boss e le loro stanze, che rimangono predefinite. Uccidere i nemici ci frutterà punti esperienza.

Cosa succede una volta morti nel dungeon? Semplice, si ritorna all’entrata del dungeon dove risiede il corpo di Koko, e bisognerà ripartire nuovamente dal primo piano, a prescindere dal piano a cui eravamo arrivati.

Classica meccanica tipica del genere insomma, con la differenza che qui il gioco sarà più punitivo, perché non solo perderemo tutto l’equipaggiamento, ma ritorneremo inoltre al livello 1.

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Non avremo nemmeno qualcosa di simile a punti esperienza che ci permettano di aumentare le nostre vite o acquisire nuove abilità passive (meccanica ricorrente in vari titoli del genere come Dead Cells o Hades).

Forse un po’ troppo crudele e punitivo, ma qui per fortuna ci vengono in aiuto le impostazioni del gioco. Dopo un paio di morti infatti avremo la possibilità di modificare alcune impostazioni prima di entrare nel dungeon, come ad esempio la difficoltà del gioco e la possibilità di mantenere il livello acquisito e l’equipaggiamento.

Prima di entrare nel dungeon avremo la possibilità di conservare l’equipaggiamento in uno scatolone così da non perderlo, oppure di potenziare delle armi tramite una specie di crafting con dei materiali recuperati durante l’esplorazione.

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Parliamo infine della meccanica più importante del gioco: trasformare i nemici in alleati. Usando la Spada del Negromante possiamo riportare in vita i mostri sconfitti (tranne i boss) e farli combattere al nostro fianco.

Una meccanica che abbiamo trovato molto bella e divertente da usare, con i mostri che resteranno con noi fino alla loro dipartita. Essi saranno evocabili a nostro piacimento, riceveranno exp e aumenteranno di livello ottenendo nuove abilità.

I mostri che reclutiamo avranno abilità randomiche, quindi in alcuni casi potrebbe essere saggio sostituire il mostro in nostro possesso, anche se dello stesso tipo.

Come già detto il poter reclutare di volta in volta i mostri sconfitti è una meccanica interessante, che tuttavia non basta a rendere il titolo sufficientemente originale. La fluidità generale nelle fasi giocate ci è sembrata ridotta, specie se si guarda a titoli come Dead Cells o Hades.

sword of the necromancer, recensione versione playstation 4 pro

Da un punto di vista puramente tecnico, il titolo sfoggia una pixel art piuttosto basilare nelle sezioni dedicate al gameplay, senza particolari guizzi creativi. Discorso diverso invece per quanto riguarda le illustrazioni impiegate per portare avanti la narrazione, che godono di pregevole fattura.

In conclusione

Tutto sommato Sword of the Necromancer è un gioco divertente che può accontentare diversi tipi di giocatori grazie alla varietà delle impostazioni di difficoltà.

Di sicuro questo titolo non rappresenta il massimo esponente del genere roguelike. Qualora voleste qualcosa in più vi consigliamo di guardare altrove, ma se siete disposti a scendere a compromessi allora troverete un titolo tutto sommato divertente sul quale passare diverse ore.

sword of the necromancer, recensione versione playstation 4 pro
Sword of The Necromancer
  • Sword of the Necromancer - 6.5/10
    6.5/10

Riassumendo

Riassumendo, Sword of the Necromancer è un roguelike come tanti altri, con una sola meccanica peculiare (quella di rendere alleati i mostri sconfitti) con una storia carina che coinvolge due giovani ragazze. Un titolo discreto che supera a malapena la sufficienza.

Voto Finale
6.5/10
6.5/10

Pro

  • Storia carina
  • Artstyle bello da vedere
  • La meccanica di controllo dei nemici è interessante

Contro

  • Un roguelike poco originale
  • Il gameplay risulta abbastanza legnoso
Andrea De Francesco

Fin da piccolo appassionato del Giappone e della sua cultura, in particolare dei videogames, anime e manga. I generi preferiti sono survival horror, visual novel e jrpg.