Attack on Titan – 12 anni d’attesa per una delusione colossale

Iniziamo fin da subito con un bel salto temporale tornando al 2012, anno roseo per l’animazione e per i fumetti giapponesi, grazie a produzioni di buon livello del calibro di: Wolf Children, Psycho-Pass, Shinsekai Yori, Sakamichi no Apollon, Uchū senkan Yamato 2199, Le bizzarre avventure di JoJo, Erased, Made in Abyss, One-Punch Man, Land of the Lustrous e tanto altro che non abbiamo elencato.

Con tutto questo ben di dio era normale ritrovarsi con le gambe tagliate prima ancora di cominciare, ed è proprio quello che successe con il manga di Hajime Isayama.

Mangaka nato ad Hita nella prefettura di Ōita il 29 Agosto 1986

Atto I: Purgatorio

“A te, 2000 anni da ora”

Attack on Titan era un manga che si presentava molto male inizialmente, pubblicato in Italia da Planet Manga il 22 Marzo 2012 con la classica edizione economica da pochi euro alla quale la casa editrice ci ha purtroppo abituato negli anni, risultando scomoda e capace da un momento all’altro di esplodere nelle mani dei lettori.

I problemi ovviamente non erano solo relativi all’edizione: il più grave fra tutti era l’autore stesso. Essere un mangaka implica alla base il saper disegnare. Laddove non possono arrivare le parole, l’arduo compito di comunicare con il lettore è per forza di cose affidato alle immagini. Questa è una regola fondamentale da rispettare per avere tra le mani un buon fumetto.

Regola che ovviamente in questo caso non fu applicata. Il tratto del fumettista era quello di una persona incapace nel disegnare, in grado di ritrarre più volte dei personaggi che si confondevano tra di loro, rendendo situazioni che richiedevano un grande dinamismo sempre di difficile comprensione e poco appaganti. Una vera oscenità.

Evoluzione dello stille nel tempo

Questo, senza contare altri difetti come la caratterizzazione da carta velina dei personaggi presentati (tutti archetipi e stereotipi preimpostati dove svettava Jotaro… ehm, volevo dire Levi, come esempio perfetto NdR). La struttura tipica da Battle Shonen stonava parecchio con il modo serioso e angosciante in cui venivano esposti il world building e la fantapolitica.

Chiariamoci, Attack on Titan anche all’inizio aveva dei pregi che facevano tifare per la riuscita del prodotto. Era coraggioso (basti pensare al primo volume NdR), in parte originale e con una componente mistery interessante al punto giusto, che portava più volte il lettore a interrogarsi su quello che stava accadendo.

Ma quindi un’opera con così tante magagne e apparentemente poco da offrire, come ha fatto a diventare nel corso del decennio passato una delle più conosciute e rinomate? In realtà la risposta è molto semplice: ottenne il medesimo trattamento che ha toccato recentemente Demon Slayer.

In madrepatria il manga ebbe fin da subito un discreto successo. Venne candidato a diversi premi venendo riconosciuto nel 2011 come miglior manga Shonen del Kodansha Manga Awards. Completamente differente il discorso in Europa e in America, dove quest’ultimo è passato in sordina per via della poca fame di curiosità del pubblico moderno e anche per le problematiche esposte poc’anzi. La vera consacrazione mondiale arrivò nell’Aprile del 2013 con la trasposizione animata.

Atto II: Paradiso

Locandina della prima stagione di Attack on Titan

La produzione targata WiT studio e Production I.G fece un piccolo miracolo, prendendo un prodotto grezzo e altalenante, risolvendo i problemi di ritmo, dinamismo e chiarezza narrativa, migliorandolo artisticamente ed esteticamente restando però fedeli allo stile originale, e cosa più importante in assoluto, riuscendo a lavorare a stretto contatto con l’autore aggiungendo parti di storia fondamentali e canoniche non presenti nel materiale cartaceo (prendete come esempio lo scontro tra Eren in berserk vs Annie nell’episodio 25 NdR).

Tutto ciò venne animato in modo egregio e accompagnato da una colonna sonora memorabile composta da quel mostro di Hiroyuki Sawano. In definitiva, come biglietto da visita non si poteva davvero chiedere di meglio, e la notorietà era solo questione di tempo.

Il boom fu talmente grande da riuscire nel Dicembre del 2013 a toccare con la punta delle dita quel sole inavvicinabile di One Piece, grazie alle 2,2 milioni di copie vendute del dodicesimo volume che hanno reso Attack on Titan la seconda serie nella storia dei manga ad oltrepassare i due milioni di copie per la prima stampa di un singolo volume.

Mentre il manga macinava vendite su vendite, la seconda stagione dell’anime arrivò sulle scene soltanto nel 2017 (inizialmente prevista nel 2016 ma rimandata per problemi tecnici NdR). Anche con questa la magia si ripeté confezionando un prodotto di gran lunga più rifinito e godibile della controparte cartacea.

I problemi di adattamento iniziarono dalla terza stagione (parte uno NdR), dove finalmente l’opera come una farfalla uscita dalla propria crisalide, abbandonava lo scheletro da Battle Shonen per concentrarsi unicamente sulla parte fantapolitica e mistery. Un’evoluzione supportata anche dalla mole testuale non indifferente dedicata all’aspetto psicologico e alla caratterizzazione dei personaggi stessi, passando dal piattume della prima stagione all’intrigante e ben più di spessore lavoro svolto nella seconda/terza (parte uno e due NdR).

L’errore di Tetsurō Araki (Director dell’anime NdR) fu proprio quello di voler spettacolarizzare un punto che era solo di approfondimento generale nel manga. Così facendo tagliò una buona porzione di esso lasciando principalmente le parti più movimentate e incentrate sull’azione.

Questo provocò una scissione, dividendo: a sinistra i lettori traditi, i quali fiduciosi che il prodotto potesse rimanere il più fedele possibile all’opera originale, si ritrovarono qualcosa di monco; a destra invece chi seguiva solo l’anime, dove non si notò molta differenza con il passato.

Locandina della terza stagione prima parte

NOTA BENE: Da qui in poi scenderemo nello specifico per cui saranno presenti spoiler massicci, procedete a vostro rischio e pericolo.

Discussioni che si placarono molto in fretta per via di uno dei punti più alti raggiunti da Attack on Titan, la terza stagione (parte due NdR). Il raggiungimento della cantina, la scoperta di essere solamente un piccolo puntino nel mondo circostante, l’obbiettivo dei veri nemici oltre il mare – compatrioti Eldiani trasformati e mandati ad uccidere la propria gente e tanto altro ancora – rappresentavano la fine del prologo perfetta.

Un connubio di situazioni più statiche e riflessive si altalenavano a momenti soddisfacenti dove sfoggiare i sakuga (animazioni NdR) migliori, come nella battaglia finale fra Levi e Zeke o il sacrificio di Erwin, nei quali era stato quasi tutto gestito in modo impeccabile (non fosse per una CGI dalla realizzazione pietosa NdR).

Da qui signori ha inizio la grande discesa senza freni verso la mediocrità che avvolgerà interamente l’opera nella sua parte finale. Come si suol dire, più sono grossi e più fanno rumore quando cadono.

Atto III: Inferno in Terra

Locandina della quarta stagione

Come abbiamo già affermato in passato nell’articolo riguardante Yoshihiro Togashi, il lavoro di mangaka e quello di animatore rappresentano per davvero delle schiavitù legalizzate. Molto recentemente è venuto a mancare Kentaro Miura lasciando un vuoto incolmabile nel mondo fumettistico e nel cuore degli appassionati, con la sua scomparsa sono riemerse delle dichiarazioni passate in cui faceva capire a lettere cubitali il suo malessere nel cimentarsi in quella pesante e solitaria vita.

E questo era giusto ribadirlo, perché se non fosse stato così, WiT studio non avrebbe mai abbandonato il progetto di punto in bianco a pochi metri dalla fine. La realtà dei fatti è che le persone all’interno del progetto erano sottopagate e sommerse di lavoro da fare. Non rimaneva altro che passare la patata bollente ad un altro studio, concentrandosi intanto sulla realizzazione di “Great Pretender” con ritmi decisamente più appetibili.

Ed è qui che subentrò MAPPA, rinomato studio fondato nel 2011 da ex dipendenti Madhouse, con all’appello diverse produzioni degne di nota come: Hajime No Ippo Rising, Ushio e Tora, Dororo, Banana Fish, Dorohedoro, The God of High School, JuJutsu Kaisen, di certo non gli ultimi arrivati.

Tutta questa esperienza nel settore dell’animazione sarebbe bastata a soddisfare un pubblico fidelizzato in un certo modo, che non avrebbe mai accettato dei cambiamenti di buon grado? La risposta oggi come oggi la conosciamo già.

Dopo un trailer galvanizzante realizzato in collaborazione con WiT studio, che alzò in modo esorbitante le aspettative, giunsero delle voci sempre più consistenti ed inquietanti le quali sostenevano che fosse un prodotto ingannevole creato ad hoc, non rappresentando quindi la qualità effettiva delle animazioni finali.

La messa in onda del primo episodio divise completamente il fandom, ma obbiettivamente come pilot il lavoro svolto è stato fatto in modo certosino, avvicinandosi parecchio alla qualità tipica della serie. Le critiche e il disgusto generale verso la CGI erano semplici capricci di chi il media lo segue sporadicamente e non sa di cosa parla.

Il fattore determinante nella creazione di una serie animata, prima ancora dei fondi è il tempo di realizzazione. Una singola puntata può portare via tanti mesi, basti pensare all’episodio 5 della seconda stagione di Mob Psycho 100, visivamente strabiliante e spettacolare sotto ogni punto di vista, realizzato però in 4/5 mesi di lavoro.

Ed è proprio per la mancanza di tempo che le voci si rivelarono, ahimè, premonitrici: la qualità generale da lì in poi calò drasticamente. Certo, l’utilizzo di tecniche come il rotoscopio (stile d’animazione utilizzata per far sembrare più realistiche le figure umane o gli ambienti NdR) davano un po’ di freschezza, ma non bastavano a riparare un lavoro frettoloso vittima di uno stress disumano.

Intendiamoci, resta comunque godibile, ma ripensando a cosa poteva essere, la delusione è la prima cosa che viene in mente, ed il manga non sarà purtroppo da meno.

Atto IV: Capitolo 137 & 138

“L’odio che abbiamo perpetrato nel tempo ci si è ritorto contro”

Per parlare in modo esaustivo del finale bisogna prima capire come siamo arrivati ad una conclusione del genere, e non potevamo non far partire il countdown dai capitoli tra i peggiori di tutto il manga.

Cosa rende il 137 e il 138 cosi nefasti? Abbiamo l’imbarazzo della scelta tra il millepiedi che mantiene in sesto il protagonista del quale non troviamo alcun riferimento in precedenza e Zeke che dimentica in un battito di ciglia le convinzioni di una vita, lasciandosi abbindolare dal piano utopistico di Armin.

Metteteci anche il fatto che i protagonisti si ritroveranno sopra un generatore di incubi ambulante, continuamente sopraffatti dai giganti primordiali e che arrivati a questo punto la morte nel manga non è più contemplata per i nostri beniamini, perennemente salvati all’ultimo secondo da qualcosa o qualcuno (nakama power let’s go NdR).

Questo fanservice deleterio ha colpito anche Levi, perché lasciarlo morire nel capitolo 115 era troppo coerente e realistico con il mondo imbastito. Nah, meglio accontentare i/le ragazzini/e che altrimenti avrebbero abbandonato il manga senza il loro monolite da adorare.

Sorvolando ogni spiegazione logica, il tutto viene giustificato tramite il concetto di ACKERMAN, discendenza che a quanto pare sembra avere più di qualche punto in comune con gli Highlander. Per carità, niente in confronto a Reiner e al suo “Plot Armored Giant”, dove una giustificazione, anche misera in quel caso non è neanche presente. Semplicemente devi accettare gli avvenimenti proposti e basta.

Fine di una ship malata

Ultimo tassello di questo infelice domino è rappresentato dalla tavola finale del capitolo 138, che mostra la morte di Eren provocata dalla mano della persona amata, la quale finalmente ottiene la libertà da quel sentimento tossico e ossessivo che la schiavizzava. Molto più interessante invece il parallelismo che si va a creare con la progenitrice, rimasta invece succube praticamente in eterno a questo malsano legame, stretto nel suo caso con il Re Fritz. Il sorriso finale di Ymir è difatti espressione della sensazione di essere libera e compresa da qualcuno per la prima volta in assoluto, tramite le azioni di Mikasa.

Una conclusione degli eventi che poteva essere intrigante e in linea con l’opera stessa. Non a caso ho utilizzato il “poteva”, poiché il vero problema sorge con il capitolo 139, che va retroattivamente a distruggere e cancellare tutto quello che abbiamo esposto appena qualche rigo fa (ma di questo ne riparleremo NdR).

Si potrebbero fare altri scempi esempi come l’inutile capitolo 126, o meglio ancora tutta la parte finale, per la precisione dal capitolo 124 in poi. Così facendo però la lunghezza della premessa sarebbe paragonabile a quella di Vinland Saga e non è certamente il caso.

Piuttosto introduciamo il motivo principale per cui tutti voi siete qui ora, e quello che ci ha spinto nello scrivere questo articolo volutamente provocatorio, ma tristemente sentito.

Atto V: “L’unica cosa in cui ci è permesso credere è che non rimpiangeremo le scelte fatte”

“Al ragazzo che cercava la libertà, addio”

Mettere la parola fine ad un opera che ha caratterizzato l’intero decennio passato e un terzo dell’intera vita di un autore, è un compito di una difficoltà insormontabile e questo lo sa bene anche Isayama che recentemente in un intervista con Hiromi Arakawa (autrice di Fullmetal Alchemist NdR) si è scusato:

”Per la realizzazione di un finale deludente e completamente oltre la sua portata”

Senza voler maliziosamente rigirare il coltello nella piaga, ci ritroviamo perfettamente d’accordo con le sue affermazioni.

Ma con calma, prima di salutarci analizziamo per bene questo capitolo 139.

Conseguenze della marcia

Il gigante che avanza è stato fermato e con esso anche la marcia mortale. Mentre accade il putiferio all’esterno, ci ritroviamo tra i pensieri di Eren intento a dialogare con Armin dell’accaduto.

Qui scopriamo che il piano era quello di creare una minaccia comune per portare alla collaborazione i suoi amici, facendoli poi diventare, una volta sconfitto e ucciso, i più grandi eroi della storia e quindi far emergere un debito nei loro confronti da parte degli esseri umani rimasti.

Una pianificazione astuta, con alla base concetti di generosità e sacrificio distorti, dove il fine ultimo giustifica completamente i mezzi. Una strategia che ci ha ricordato alla lontana “l’invasione aliena” realizzata ed organizzata da Ozymandias (della serie DC Comics Watchmen NdR).

“Dal momento in cui nasciamo, siamo tutti liberi”

La libertà, un punto cardine in Attack on Titan e nello sviluppo del nostro protagonista, è ricercata in maniera morbosa e spietata, arrivando a privare della vita qualsiasi cosa si metta in mezzo al raggiungimento di essa.

Ed ecco spiegato perché tutto quello descritto poco sopra non ha minimamente senso. Stiamo parlando di una persona che è sempre stata egoista fino al midollo, la quale ha fatto ogni singola cosa per e nessun altro, calpestando avversità e amicizie di sorta, non di certo un salvatore o un martire.

Uscirsene fuori con: “Stavo scherzando, in realtà non pensavo nulla di quello che vi ho urlato più volte contro, ho sempre mentito, veramente ho fatto tutto questo per voi” risulta assai arduo da prendere sul serio, come dichiarazione. Uno dei problemi principali con questo epilogo è proprio la coerenza quasi del tutto assente che solitamente aveva accompagnato la serie.

Veniamo a conoscenza del fatto che l’80% della popolazione umana è stata massacrata (apriamo e chiudiamo una parentesi per dire quanto sia infattibile in così poco tempo una cosa del genere NdR), uno sgomento terribile assale Armin e il lettore nell’aver appreso un’informazione cosi carica di disperazione, assistendo successivamente ad uno dei momenti più incoerenti di tutto il manga.

Inizialmente (e aggiungiamo giustamente NdR) il nostro amico dalla chioma bionda colpevolizza e pone dei quesiti morali ad Eren con aria rammaricata, contraddicendosi poco dopo e addirittura ringraziandolo di essersi trasformato in uno sterminatore di masse per il loro bene.

Senza parole sia lui che noi

Armin, un ragazzino che fino a 2 minuti prima aveva proposto un piano utopistico per ottenere la pace tramite dialogo abolendo qualsivoglia ideale violento, ringrazia un genocida per quello che ha fatto… assolutamente coerente con il suo personaggio, come no!

Sappiamo perfettamente delle diatribe sulle traduzioni riguardanti questa specifica frase, ma la realtà dei fatti è che entrambe (sia amatoriale che l’originale non tradotta NdR) anche se con una costruzione grammaticale totalmente differente riportano la stessa problematica, ovvero i ringraziamenti da parte di Armin, quindi no, non si scappa da questo difetto.

L’esempio più evidente è questo ma ovviamente non l’unico. Un altro di quelli clamorosi è stato Eren piagnucolone disperato per il non poter stare più insieme a Mikasa, la quale si troverà inesorabilmente un altro uomo da amare (poverino mai una gioia NdR).

Con la morte di Eren una maledizione durata millenni termina, eliminando definitivamente i poteri dei giganti dal mondo e ritrasformando in semplici essere umani gli Eldiani rimasti. Approfittando della situazione i Marleyani sopravvissuti avanzano ad armi spianate verso gli Eldiani ora indifesi, che incoerentemente non vengono sterminati come topi in gabbia.

Ci risiamo, le parole di Armin non bastano di certo nella situazione in cui si trova, per niente. Attenzione, la risposta che dà ha perfettamente senso ma quando c’è di mezzo la paura e soprattutto il razzismo perpetrato in anni e anni, la razionalità e l’umanità evaporano completamente, o almeno così doveva essere per non sembrare una grandissima forzatura.

Davvero Isayama vuol farci credere che nessuno di quei soldati dopo tutto quello a cui hanno assistito e sopportato non vogliano sradicarli dalla faccia della terra uno ad uno, semplicemente per non disobbedire agli ordini di un sistema gerarchico oramai caduto e fidandosi di persone che fino all’altro giorno davano in pasto ai cani?

Un quesito che ci riporta alla mente il racconto di Esopo, quello riguardante “la rana e lo scorpione” dove alla fine della storia l’aracnide agisce ed uccide l’anfibio proprio perché è la sua natura e non può farne a meno.

“Shinzou sasageyo sasageyo!”

Passano 3 anni dalla “Battaglia del cielo e della terra” e tramite una carrellata di eventi mostrati ritroviamo un personaggio spesso dimenticato (persino dall’autore a quanto pare NdR).

Sì, perché qualora anche voi ve ne foste dimenticati, in questa storia era presente pure una certa regina di nome Historia, che in passato ricordiamo essere al centro di gesta compiute con coraggio e determinazione, un elemento che magari se impiegato a dovere, avrebbe donato qualche spunto in più e un maggiore fascino all’opera.

No, ma di cosa stiamo scrivendo, meglio scordarsi completamente di lei, del contadino casuale con cui si è sposata ed ha avuto una bambina la quale doveva essere palesemente il plot point della parte finale. È stato tutto un sogno, un po’ come l’abilità di volare di Falco, bastava semplicemente immaginarsela et voilà, cosi facendo si può giustificare ogni singola cosa.

Gli Jeageristi rimasti insorgono rafforzando la potenza militare a disposizione, prendono il controllo di Paradis, e aspettano con ansia e con terrore una ritorsione da parte del mondo circostante.

Nel mentre il lettore viene lasciato a rimuginare sulla morale e sul concetto di circolo vizioso vuoto che avvolge la vendetta e la guerra, e su come l’essere umano sia destinato in un modo o nell’altro a ripetere gli stessi errori.

Un messaggio fin troppo classico e scontato, sicuramente funzionale e in linea con il tema cardine ma senza una vera personalità e originalità. Purtroppo per noi l’opera non si conclude con queste pagine.

Dopo l’ennesima serie di tavole, questa volta incentrate sui personaggi e sul futuro imprevedibile che attenderà loro, veniamo presi e proiettati dinnanzi una pianura verdeggiante in compagnia di una lapide, appartenente ad Eren Jaeger, e di Mikasa. Riallacciandoci al discorso interrotto sul parallelismo della progenitrice e Mikasa, il problema sorge spontaneo.

Persino dopo la morte del suo amato lei rimane schiava dei propri sentimenti e di quella persona, rimanendo incatenata al suo fianco, azzerando completamente la crescita interiore del personaggio.

E restando nell’ambito dei parallelismi non possiamo che parlare dell’aquila, la quale di punto in bianco arriva e avvolge la sciarpa cadente intorno al collo di Mikasa. Siamo passati da un concetto di libertà basato sul sangue e sul privare egoisticamente quella altrui, ad un volatile che si libra alto nel cielo, e c’è chi spaccia tutto questo come un simbolismo profondo e ricercato (non fateci ridere NdR).

Si prega di non lanciare molliche di pane ai piccioni, grazie per l’attenzione

Un finale sbrigativo che lascia più domande che risposte tra cui troviamo:

  • Yelena è sparita/morta?
  • L’origine effettiva dei giganti?
  • É bastato davvero il semplice aiuto da parte degli Azumabito per recuperare i 100 anni di evoluzione tecnologica arretrata tra Paradis e il resto del mondo?
  • Nel dettaglio cos’era il millepiedi luminoso e perché aveva tutta quell’influenza sugli esseri viventi?
  • Come ha fatto il mondo a riprendersi così velocemente dopo il disastro ed addirittura evolversi?
  • Il potere dei giganti è davvero sparito del tutto?
  • È stato Eren tramite un paradosso temporale ad uccidere sua madre?

Se da una parte alcune cose è giusto lasciarle all’immaginazione del lettore altre avrebbero bisogno di più chiarimenti o meglio ancora di una risposta effettiva, e le famose 8 pagine, aggiunte successivamente e provenienti dal volume cartaceo, non risolvono nulla.

Ultimo Atto: Next Generation is possible?

Un nuovo inizio

Pagine che sono state già svelate e aspramente criticate, ed in tutta onestà direi quasi ingiustamente (e sottolineiamo quasi NdR). Il fatto di veder Mikasa liberarsi dalle catene e vivere finalmente la propria vita con quello che parrebbe essere Jean, dà nuovamente senso al suo epilogo.

La guerra imperversa nuovamente, dove uno scenario del genere era ineluttabile. Per mantenere una pace duratura bisogna obbligatoriamente possedere un deterrente, (le bombe atomiche servono a questo per esempio NdR) in Attack on Titan però esso è ormai assente da molto tempo.

La perdita di ogni cosa ancora una volta, va ad annichilire completamente il senso del “sacrificio” di Eren, ma allo stesso tempo dà una possibilità di rinascita grazie alle azioni di una ragazzina in procinto di avvicinarsi e addentrarsi dentro l’albero secolare. Lasciandoci con il grande dubbio sul possibile ritorno dei giganti. In modo molto romantico la storia si chiude come era iniziata originariamente.

Questa parte aggiuntiva però getta un’ombra gigantesca su un possibile sequel (da qui il titolo meme del paragrafo NdR), cosa che speriamo con tutto il cuore NON accada mai, per evitare disastri come Boruto e simili.

Tirando le Somme

“Arigato Isayama-sensei”

Chi l’avrebbe mai detto che da un fumetto nato come One-shot (autoconclusivo NdR), comprendente a malapena 65 pagine, si sarebbe tirato fuori qualcosa capace di entrare così di prepotenza nell’immaginario collettivo.

Attack on Titan è stato un roller coaster di momenti molto alti e di altri molto bassi, complice una parte iniziale gestita in modo confusionario e confinata nella prigionia delle tematiche da Battle Shonen che non riusciva ad esprimere il suo vero potenziale.

Guardando ad un parte finale superficiale, fin troppo banale e classica per un manga così pretenzioso e soprattutto coraggioso, si ha la sensazione che tutta quest’ultima sezione sia stata scritta da una persona completamente estranea. Vista anche l’incoerenza con tutto quello avvenuto precedentemente, il risultato nel complesso è ampiamente inconcludente e deludente.

Molti trovano che un finale pessimo sia meglio di niente. Piuttosto che vedere il proprio fumetto preferito incompleto, i lettori si accontentano di qualsiasi cosa, un ragionamento questo, tra i più nocivi per il media stesso. Attack on Titan però non rientra in questa categoria ma in una ancora peggiore, visto che una volta concluso l’ultimo volume un forte senso di apatia pervade i nostri pensieri.

Il più grande problema di questa chiusura è la sua vuotezza. L’unica azione scaturita dopo la lettura è quella di aggiornare il profilo Animeclick/Myanimelist e dimenticarsene per sempre.

Vorremmo spezzare però una lancia a suo favore. È vero che una degna conclusione è assolutamente fondamentale, ma anche il viaggio per arrivarci non è da meno, e in questo caso seppur costellato da delle gigantesche voragini ne è ugualmente valsa la pena.

Onestamente saremmo curiosi di scoprire com’era pensato il finale originale prima dell’improvviso e spiazzante cambio in corso d’opera da parte di Isayama, ma probabilmente non lo sapremo/vedremo mai. Chissà cosa ci riserverà in futuro questo giovane mangaka, chiaramente dopo una meritata pausa alle terme.

Il pianeta non si distrugge da solo, un momento di relax

Questo noi non lo possiamo sapere ma di sicuro capiamo che se siete in cerca di altre disamine riguardanti i manga vi consigliamo la rubrica in continuo aggiornamento “I Pilastri Manga” composta per ora da Lone Wolf & Cub e 2001 Nights.

Peace.

“When i say nothing, i say everything.”

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